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Insegnare, educare, essere giustamente remunerati, paure

Partendo dal Beato Bartolo Longo, Angela da Foligno, Anastasio Ballestrero

L’avvocato  Bartolo  Longo   nel  “Cristo  fondamento  del  metodo  educativo  longhiano” un articolo  a  cura  di  Luigi  Leone   scritto  in  rivista “Il  Rosario – e  la  nuova  Pompei” giugno  2004.

            Italia   dovrebbe  essere  fiera oggi – per  un simile  discorso, l’avvocato  Bartolo  Longo (oggi Beato)  ha   capito  la  Verità, cioè  Gesù  Cristo  ed  ecco  come  si  presenta  davanti  agli  scienziati  del  mondo (valido  oggi ma anche nel  futuro):

            <<  Signori, è  la  terza  volta  che  ho  l’onore  di  presentarmi  d’avanti  a  voi. La  prima  volta, proprio  tre  anni  fa, noi  eravamo  riuniti  nell’asilo  destinato  a  raccogliere  i  bambini  e  le  bambine  di  Pompei  per  dare  a  loro  una  educazione  civile  e  morale. Era  l’ultima   domenica  del  maggio  1892, un  anno  dopo  che  avevo  lanciato  al  mondo  intero  un  appello, un  voto  del  cuore.

            Oggi, io  non  intendo  discutere  nessun  principio  scientifico. La  nuova  scuola  di  antropologia  criminale  è  stata  questa  mattina  stessa  ben  rappresentata  dall’illustre  direttore  dell’asilo  degli  alienati  della  provincia   di  Cuneo, a  Racconigi, il  professore  cavaliere  Oscar  Giacchi. Davanti  a  me  si  apre  un  altro  campo  che  mi  è  proprio  e  che  risponde  alla  voce  del  cuore, e  il  mio  campo  è  la  carità. In  questo  campo  non  c’è  posto  né  per  le  discussioni  scientifiche, né  per  le  divergenze  di   opinioni.

            Qualunque  sia  il  loro  credo, qualunque  sia  il  loro  colore  politico, tutti  gli  uomini  concordano  su  un  punto: fare  del  bene  all’umanità  ma  per  fare  il  bene, soltanto  la  carità  di  Cristo  spinge  al  sacrificio  per  amore  di  Dio. E  su  questo  campo  che  voi  e  io  avremmo  la  felicità  di  raccogliere  dopo  appena  un  anno  i  primi  fiori  e  i  primi  frutti.

            Nella   scelta  dei  bambini  e  nel  mio  metodo  io  non  sono  né  la  scuola   dalla  Salpetriére  né  quella  di  Nancy, né  Lombroso, né  Ferri, né  tale  uomo  di  scienza, capo  di  una  scuola   Italiana  o  straniera, io, scelgo  il  mio  maestro, che  è  il  Cristo.  La  mia  professione  di  fede  non  deve  dispiacere  ai  sapienti  positivisti, ma  piuttosto  risultare  piacevole, poiché  uno  di   loro, il  dotto  e  degno  Britto  Romano, in  un  articolo  sulla  “Rivista  psicologica”  di  Firenze (settembre  1895) mi  dava  questo  consiglio  a  proposito  del  mio  discorso  del  28  maggio:

            “Eccellente  avvocato, voi  che  siete  credente  e  pieno  di  carità  cristiana, voi   che  fate  il  bene  secondo  gli  insegnamenti  della  scienza  positiva  come, voi  dite, ma  voi  lo  fate  secondo  l’ispirazione  della  carità   cristiana, secondo  le  lezioni  del  Vangelo, tutto  unitamente. Si  tratterà  di  una  semplice  questione  di  intelligenza  e  di  parole , ma  ciò  ha  un  valore  perché  permette  di  riconoscere  la  maniera  di  essere  un  individuo …

            Lasciate  a  noi  sapienti, il  campo  della  scienza  e  percorrete  il  campo, che  vi  è  proprio, quello  della  carità”.

            E  ho  seguito  il  consiglio. Ho  invitato  un  sapiente  a   parlare  di  scienza, riservandomi  di  trattare  della  fede  e  della  carità  nel’ educazione  di  questi  bambini. Il  Signore  è  dunque  per  me  un  maestro, una  guida, la  luce, la  vita, la  scienza, la  verità. Preso  la  compassione  per  i  bambini, il  Cristo  diceva: ”Lasciate  che  i  pargoli  vengono  a  me”. Ora  credetemi, accogliendoli, egli  non  sceglieva  tra  i  figli  dei  delinquenti  e  i  delinquenti – nati, ancora  meno  egli  si  metteva  a  osservare  il  loro  cranio  e  la  loro  figura  per  ritrovare  quelle  anomalie  che  costituiscono  per  la  nuova  scuola  di  antropologia  criminale, le  note  fatali  del  delitto  innato. No, il  Cristo  abbracciava  tutti  i  bambini  e  diceva: ”Sarebbe  meglio  essere  gettato  in  mare  che  scandalizzare   uno  di  questi  bambini; colui  che  accoglie  uno  di  loro, accoglie  me  stesso. Ebbene, ecco  ciò  che  io  faccio, ricevendo  i  piccoli  figli  di  condannati, non  osservo  la  loro  figura, non  esamino  il  loro  cranio, se  ho  la  garanzia  che  sono  dei  poveri  innocenti, rigettati  e  abbandonati questo  mi  basta, io  gli  stringo  sul  mio  cuore  e  intraprendo  la  loro  educazione. Ho  una  dichiarazione  da  fare  per  riconciliarmi  con  alcuni  sapienti  che  sono  rimasti  colpiti  dal  mio  discorso  di  un  anno  fa.

            Il  dottore  Britto  Romano  mi  ha  giustificato. Io  fui  attaccato  senza  pietà, si  giunse  per  fino  a  qualificare  di  immorale, di  antiscientifico  e  di  antinaturale  la  mia  opera  di  educazione. Io  risposi  e  l’abile  sapiente  scriveva: ”Nel  suo  discorso  l’avvocato  Bartolo  Longo  ha  avuto  delle  frasi  felici  e  che  noi  approviamo  pienamente. In  verità  l’avvocato  aveva  il  dovere  di  difendersi  poiché  era  stato  attaccato  e  si  è  difeso  coraggiosamente”. L’illustre  professore  Lombroso  che  fino  allora  combatteva  fermo  l’educabilità  dei  delinquenti – nati, ha  cambiato  opinione  e  ora  ammette  che  alcuni  di  questi  sfortunati  bambini  sono  suscettibili  di educazione. Dunque  la  nostra  opera  non  è  affatto  vana, soltanto, secondo  il   parere  della  scuola  positivista, essa, è  difettosa  imperfetta, perché  essa  si  allontana  dai  loro  principi.

            Io   tornerò  un’altra  volta, Signori, per  il  momento  devo  comunicarvi  una  notizia   più  importante. Un  congresso  di  antropologia  criminale  teneva, poco  tempo  fa, le  sedute  in  Svizzera  e  proponeva  all’esame  dei  sapienti  la  nostra  stessa  tesi: l’educabilità  e  l’educazione  dei  figli  di  delinquenti. I  membri  del  congresso, dando  ragione  alla scuola  francese  ammirano  questa  conclusione; l’educazione  dei  delinquenti – nati  è  cosa  possibile, ma  ardua  e  difficile, essi  fecero  un  passo  in  più  e  dichiararono  che  bisognava  bandire  della  scuola  criminale  moderna  l’espressione   delinquenti – nati  per  sostituirla  con  un  termine  che  non  offendesse  così  apertamente  l’onore  dell’umanità. Ecco  come  gli  sfortunati  figli  dei  condannati, che  fino  ad  ora  la  scienza  chiamava  delinquenti  per  la  fatalità  dell’atavismo, degenerati – nati, ormai  bisognerà  soltanto  applicare  l’epiteto  di  incorreggibili -nati.

            Non  è  giusto  dedurre  dalle  mie  parole  che  io  professo  del  disprezzo  per  la  scienza  o  che  io  ne  rigetto  gli  insegnamenti, come  se  la  scienza  fosse  sempre  in  contraddizione  con  la  carità   così  come  l’hanno  preteso  alcuni  uomini  ignoranti  della  scienza  di  Dio. Dio  è  caritatevole  ed  egli  è  contemporaneamente  l’Autore  e  Maestro   della  scienza. Come  può  esserci  opposizione  tra  la  carità  e  la  scienza, se  tutti  e  due  provengono  dallo  stesso  principio? Io  non  sono  un  avversario  della  scienza; al  contrario  la  scienza  esercita  su  di  me  un  fascino  e  nel  risultato  delle  mie  esperienze  su  questi  bambini, io  offro  alla  scienza  un  prezioso  contributo. Ma  io  dichiaro  apertamente: Se  la  scienza  diventasse  nemica  della  carità, l’abbandonerei  e  seguirei  la  carità. Ecco  perché  mentre  l’antropologia  moderna  ricerca  se  i  figli  di  delinquenti  sono  o  non  suscettibili  d’educazione, IO  GLI  EDUCO.

            Ebbene  sono  fatti  e  non  discussioni  che  io  vi  porto. Io  farò  la  monografia  di  ognuno  dei  bambini  che  voi  avete  visto  un  anno  fa  in  questo  asilo  della  carità, io voglio  dire  dei  primi  quindici, i  soli  che  io  ho  avuto  il  tempo  di  studiare  dando  allo  stesso  tempo  un’educazione  curata  e  paterna>>.

(da  L’ouvrage   de  l’Avvocat   Bartolo  Longo   davant  l’opinion  pubbliche, discours  de  Monsieur   L’Avvocat  Bartolo  Longo- Scuola  Tipografica  per  i  figli  dei  carcerati    Valle  di  Pompei  1896 – pp XVII- XXIII)

Angela da Foligno

ANGELA da FOLIGNO <<IL LIBRO>>

Importantissimo

IL VENTUNESIMO PASSO

4. Altre due parabole

  • Prima

Lo stesso giorno in cui avevo scritto, anche se non in modo completo, le cose precedenti, la fedele tornò nella sua cella e cominciò a dire, come al solito, il <<Padre nostro della passione>> [Era una specie di “rosario” in onore della Passione di Gesù Cristo]. Appena ebbe finito, le furono rivolte queste parole:

<<Tutti quelli che, educati da Dio e illuminati per comprendere la sua via, rifiutano questa luce, chiudono le orecchie a questo insegnamento offerto loro in modo speciale da Dio, non vogliono ascoltare e prestare attenzione a ciò che Dio dice loro nell’anima, diventano grossolani e seguono una dottrina diversa da quella divina e vogliono percorrere contro coscienza la via comune, ricevono la maledizione di Dio onnipotente>>.

         Questo le fu detto molte volte. Lei, infatti, si rifiutava di ascoltare, sembrandole cosa molto dura, e temeva che non fosse vero che Dio dà la maledizione a quelli a cui prima ha offerto la luce e la grazia.

         Allora le fu proposto l’esempio di una donna, che comincia a imparare a fare lavori delicati e ne ricava un tale profitto che è necessario che cambi maestra.

  • Seconda

Dopo questo esempio gliene fu fatto un altro e le fu detto di raccontarmelo, perché l’avrei capito meglio di quello della donna. Per questo, più volte, le fu ripetuto di riferirmi le parole precedenti e l’esempio, e le fu detto: <<Raccontaglielo>>.

         Allora fu proposto l’esempio di un ragazzo mandato a scuola dal padre, che fa per lui delle spese, lo fa vestire bene, fa sì che progredisca nel sapere e poi procura che passi a un maestro più bravo. Se lo scolaro si comporterà con negligenza, ritornerà allo stato secolare e al lavoro di una volta, e di quello che ha imparato non gli resterà nulla.

         Così c’è chi prima viene istruito attraverso la predicazione e le Scritture, è illuminato in modo speciale da Dio e ottiene di comprendere con particolare illuminazione come seguire la via di Cristo. Perché la conosca, Il Padre fa sì che prima sia istruito da altri e dopo lo ammaestra con speciale insegnamento e luce, come lui solo può fare. Se costui agisce con negligenza, diventa a bella posta grossolano e, mentre Dio vuole che sia luce per gli altri, disprezza quella dottrina e quella luce, il Padre gli toglie la luce e la grazia e gli rivolge la maledizione.

         La fedele mi riferì che aveva avuto dei dubbi sul fatto che la benedizione potesse mutarsi in maledizione, e l’incertezza era tanta che si era molto addolorata nell’ascoltare quelle parole. Per questo confidò alla compagna che non voleva riferirmele, perché temeva che ci potesse essere qualche inganno. <<Tuttavia, mi è stato detto di dirtele. Perché qualcuna riguarda te, in bene – capii benissimo -, non in male>>.

5. Nota: La fedele mi raccontò che una volta Dio le propose un altro lungo insegnamento, come quello appena riportato.

I Classici dello Spirito – Anastasio Ballestrero – VIVI  NEL  DIO  VIVO

 … La Chiesa sa che la comunione con Dio non è il risultato delle sociologie o delle psicologie umane, ma è il frutto del dilagare di Dio nel cuore degli uomini.

Il Concilio ha insistito su questo aspetto comunionale della Chiesa e ne ha parlato  NON  come di una sociologia religiosa, realizzata in qualche modo dagli uomini; ha detto piuttosto che la la vocazione di tutti a diventare figli nell’unico Figlio  è il dinamismo realizzatore della comunione nella Chiesa.

In Cristo, unico Figlio, siamo tutti figli dell’unico Padre; per questo la Chiesa, che E’ LA COMUNIONE PIU’ ARCANA E’ MISTERIOSA, E’ CAPACE DI ABBRACCIARE TUTTI GLI UOMINI RISPETTANDO LA LORO IDENTITA’, LA LORO VOCAZIONE PERSONALE, LA LORO STORIA SECONDO I PROGETTI DI DIO.( Maestra di verità, artefice della comunione  )

… Abituati a guardare alla Chiesa come un’istituzione umana, abituati a considerarla secondo i dati delle statistiche, rischiamo di lasciar diminuire la nostra fede nell’incarnazione. La Chiesa è più istituzione che mistero per troppi uomini, per tanti cristiani e – lo dico perché è vero – per tanti preti e tante anime consacrate. Così il discorso sulla Chiesa viene impoverito dai diagrammi delle nostre statistiche o illustrato trionfalisticamente con le nostre opere, mediante le quali ci sforziamo di gareggiare con Dio!

                Quando professiamo la nostra fede non diciamo: <<Credo nella Chiesa>>, ma diciamo: <<Credo la Chiesa>>, cioè credo il suo mistero, per il quale la Chiesa si SOTTRAE  A  TUTTE  LE  VALUTAZIONI  UMANE: E’  IMPRESA  DIVINA, RIVELATA  AGLI  UOMINI  ATTRAVERSO   CRISTO, E’  REALTA’  SUPERNA, TRASCENDENTE. (Credo la Chiesa)

… Quanti problemi, quante domande angosciate sul domani della Chiesa e del mondo! Oggi esiste una nuova professione, quella dei futurologi, versione secolarizzata dei profeti. Diciamo piuttosto qualche volta di più: <<Venga il tuo regno>>. Se poi esso sarà al futuro prossimo o al futuro remoto, questo non ha importanza. L’importante è che il regno di Dio si manifesti e che in questo regno io venga accolto, non come un conquistatore, ma come un GRAZIATO, COME UN TROFEO  DELLA  VITTORIA  DI CRISTO E COME TESTIMONIANZA  DEL  COMPIMENTO  DELLA  SUA  MISSIONE. (Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno).

… Oggigiorno c’è una ricerca spasmodica di tecniche di preghiera, di tentativi di personalizzazione, che ci espongono al pericolo che tutto il dinamismo della preghiera cominci e finisca nella realtà dell’uomo. INVECE NO: LA PREGHIERA CRISTIANA COMINCIA NELLA REALTA’ DI DIO E CONVOCA IN QUESTA REALTA’ TUTTO L’UNIVERSO.

Nella preghiera portiamo il peso della nostra umanità, la zavorra del nostro peccato, i legami di un esilio a cui con il peccato ci siamo condannati, ma tutto questo non esaurisce la nostra vita, su tutto questo si allarga un orizzonte diverso, l’orizzonte di Dio, che  nel Figlio ci fa figli e nello Spirito ci travolge nelle esperienze della vita eterna.

I santi misteri della nostra fede non sono solo formulazioni a cui dobbiamo un assenso magari ragionevole, ma superficiale come lo spirito dell’uomo; sono realtà che intridono la nostra vita, che vanno al di là del nostro pensare, del nostro conoscere, del nostro apprendere, e raggiungono quelle dimensioni unitive e trasfiguranti alle quali il Signore ci ha preparato, avendoci creato simili a sé e avendoci voluto come interlocutori della sua verità e del suo amore.(Pregate così: Padre nostro …)

I Classici dello Spirito – Anastasio Ballestrero – VIVI  NEL  DIO  VIVO

Quanto manca oggi il vero insegnamento, il vero consiglio, il vero ammaestramento di anime …

Dai Padri del deserto

Ares:

<<Il padre Abramo si recò dal padre Ares. Mentre erano seduti insieme, giunse dall’anziano un fratello e gli chiese: <<Dimmi, cosa devo fare per salvarmi?>>. Gli dice: <<Va’, e per tutto quest’anno mangia soltanto la sera, nient’altro che pane e sale. Poi torna e ti parlerò>>. Se ne andò e così fece. Al termine dell’anno il fratello ritornò dal padre Ares. E proprio in quel giorno il padre Abramo si trovava colà. Il padre Ares gli disse ancora: <<Va’, digiuna anche quest’anno, a giorni alterni>>. Quando il fratello se ne fu andato, il padre Abramo chiese al padre Ares: <<Come mai consigli a tutti i fratelli un giogo leggero, mentre a questo imponi pesanti carichi?>> (Mt 23,4). <<Gli altri fratelli – dice l’anziano – così come vengono pure se ne vanno, ma costui proprio per amore al Signore viene ad ascoltare una parola. È veramente operoso! Qualsiasi cosa io gli dico, la compie con zelo. Per questo io gli dico la parola di Dio 1 >> (132c – 133a; PJ XIV, 2).

Nota 1:  <<Sul rapporto fra la Parola di Dio contenuta nelle Scritture e la parola dell’anziano, vedi Introd. , pp 59 – 65. E chi vorrà approfondire lo farà … Questo detto ci dice inoltre che il rapporto maestro – discepolo è una realtà molto soprannaturale. Se il discepolo si accosta all’anziano come a Dio per riceverne veramente la volontà del Signore su di lui, Dio ispira all’anziano, quasi gli detta, quanto gli deve dire. Per contro, se il discepolo non è disponibile, Dio non suggerisce all’anziano nessuna parola; questi si trova veramente nell’impossibilità di parlare>>.

Per capire un po’ di più; Felice:

<<Alcuni fratelli si recarono dal padre Felice insieme a dei laici, e lo pregarono di dir loro una parola. Ma l’anziano taceva. Poiché insistevano molto, disse loro: <<Volete udire una parola?>>. Gli rispondono: <<Sì, padre>>. Dice dunque l’anziano: <<Una parola non è possibile adesso. Quando i fratelli interrogavano gli anziani e facevano ciò che questi dicevano, Dio provvedeva per loro come dovevano parlare. Ma ora, poiché chiedono e non fanno ciò che odono, Dio ha tolto agli anziani il dono della parola; e non sanno cosa dire, perché non vi è chi metta in pratica>>. All’udire queste parole, i fratelli dissero gemendo: <<Padre, prega per noi>> (433 cd; PJ III, 18). [ <<Non vi darò più nessun ordine, perché voi non li custodite>>. Abbiamo visto la parola carismatica dell’anziano, ispirata da Dio, operante in virtù della sua forza oggettiva, a volte anche del tutto indipendentemente dalla volontà e dalla consapevolezza dell’anziano. Ma la scintilla che fa scattare questa possibilità di operazioni è la fede di chi interroga. Come Gesù non poteva fare miracoli là dove non c’era fede, così gli anziani non possono parlare se la loro parola non ha rispondenza nella fede dell’interlocutore.]

Isacco delle Celle:

12. Il padre Isacco raccontò che il padre Pambone aveva detto: <<Il monaco deve portare un vestito tale che, se anche lo lasciasse per tre giorni fuori dalla cella, nessuno glielo porterebbe via>>.

DON TONINO BELLO – IL VALORE DELLA PERSONA – l’ago dal concetto di “significato per me” al concetto di “valore per tutti

Crescere della parte sbagliata della vita” a volte è IL REQUISITO CHE STIMOLA PIÙ DI OGNI ALTRA COSA, come stimola essere oppressi, sfruttati e derisi. Stimola la parte più dentro di noi che si ribella, rifiuta di chinarsi di fronte ad ogni forma di prepotenza e sfruttamento degli esseri umani. Perché anche oggi ci sono tante subdole forme di sfruttamento. Però c’è un UOMO nativo ITALIANO DON TONINO BELLO che ha una diagnosi precisissima, punta tutto su : nuovo consenso etico, poiché lui fu un profeta dei nostri tempi.

“A Loreto, c’è stato il prof. Rigobello che tra altre cose interessanti, ha detto che oggi il concetto di “valore” ha ceduto il posto al concetto di “significato”. Valore, cioè, diventa ciò che ha senso e ha significato ” per me”. Ne derivano una preoccupante relativizzazione soggettivistica della morale, l’assenza dell’ancoraggio a un quadro di riferimenti sicuri, la fruizione tutta privata della vita, la riduzione dell’esistenza a schemi gelidamente prammatici, nelle cui nicchie trovano collocazione i furbi, le violenze, le disonestà, le ingiustizie. Di fronte a questa situazione allarmante, come Chiesa, non siamo chiamati a fare il mestiere dei piagnoni, a organizzare campagne di bonifica morale, a stracciarci le vesti  Contemplando la perversità del mondo, a rimpiangere il “tempo del tempio”, quando cioè le nostre comunità erano efficienti agenzie di elaborazioni morali. Oggi dobbiamo rimboccarci le maniche e metterci, con umiltà e discrezione, accanto a tanti giovani che la sera affollano il corso, ai tanti indifferenti senza Dio, senza codici, senza lavoro, senza progetti, senza ideali. È questo il nuovo grembo in cui la Parola di Dio attende di farsi carne. E farci compagni di viaggio senza arroganza, ma rimotivando la vita e spostando così, piano piano, l’ago dal concetto di “significato per me” al concetto di “valore per tutti”. Oggi ci sono, fortunatamente, segni di inversione di tendenza in questo senso. La pace, l’anelito alla felicità, la giustizia, la gratuità, il volontariato, la scelta degli ultimi … sono tutti elementi che, se noi cristiani diventiamo più limpidi e autentici, accelereranno la ricomposizione di un nuovo consenso etico”. Qui la PAROLA di Don Tonino Bello ha segnato i tempi del COVID 19 – un cambiamento decisivo. Le sue sono parole forti, attraverseranno i cuori di pietra di alcuni? Gesù, pensaci tu!

 “Non desiderare di vivere la vita di un altro, essa non è adatta a te. Il Padre ha preparato per ciascuno di noi una vita su misura; indossare quella degli altri sarebbe un errore, come se tu volessi indossare la giacca del tuo amico perché vedi che su di lui sta perfettamente. Sii te stesso. Gli altri hanno bisogno di te, tale quale il Signore ti ha voluto. Non hai il diritto di mascherarti, né di fingere, altrimenti defraudi il tuo prossimo. Dì a te stesso: io gli posso dare qualche cosa perché egli non ha mai incontrato nessuno identico a me, né mai lo incontrerà, perché io sono un esemplare unico uscito dalle mani di Dio”.

(Padre Michel Quoist)

Preghiera per saper sopportare un’ingratitudine – Lucien Jerphagnon

Signore, non avrei mai creduto questo di X…

Da un altro questa stessa cosa mi avrebbe infastidito, è fuori discussione.

Dopo tutto quello che avevo fatto per lui…

Il mio primo sentimento è stato di sdegno. Signore, devo dunque domandarti anche di una cosa che non mi fa certo onore.

Quando ho visto come lui si comportava con me, ho pensato: “In occasione analoga, farò altrettanto. Ciò gli insegnerà …”.

Insomma, “ciò gli insegnerà” che cosa? …

Sono io che ho molte cose da imparare.

Imparare che gli uomini sono quello che sono.

E’ detto che tu sapevi “che cosa c’è nell’uomo” (Giovanni, II, 25).

E, tuttavia, non ti sei allontanato da loro.

Ho ancora molto da imparare.

Da imparare che non tutti possono essere riconoscenti.

Non è sempre colpa loro. In ogni caso, non è certo colpa tua.

Da imparare… Che cosa ancora?

La cosa più difficile, forse.

Imparare ad amarli, costi quello che costi, ad amarli, anche se mi giocano qualche brutto tiro, anche se “mutano bandiera” come ha fatto X… e fingono di non conoscerti più, dopo essersi serviti di me.

Signore, pretendo di conoscere la vita e ignoro queste cose.

Ignora che un servizio reso si dimentica…

Soprattutto certi servizi…

Ah! ancora una cosa, Signore, una cosa ancora più difficile da dire.

Si, ecco… questa mattina, quando ho saputo che X… mi aveva, per cosi dire, dimenticato, ho quasi avuto il coraggio di paragonarmi a te, a te sofferente e tradito.

Signore, dammi anche, oltre al resto, il senso del ridicolo.

– Lucien Jerphagnon –

Preghiera per i giorni in cui la fede si oscura – Lucien Jerphagnon

Questo cammino nella notte, Signore, è una cosa che sfinisce.

Camminare senza vedere, può andare per un momento; ma quando non ha fine…

“Volete andarvene anche voi?” (Giovanni, VI, 69)

Io li capisco, Signore, quelli a cui tu dicevi ciò.

Quelli che trovavano troppo dure le parole del tuo messaggio.

Alcuni hanno preferito andarsene.

Talvolta, ho voglia dire fare altrettanto.

Vorrei che tutto fosse chiaro, spiegato, catalogato.

Che non ci fosse più questo margine di oscurità, che mi guasta il piacere di andare verso la tua luce.

In fondo, quello che vorrei, è lasciare la condizione umana.

Perché, in fin dei conti, a guardar bene ogni cosa, non è solo del tuo messaggio che mi sfugge il senso.

Che so io delle cose, che si dicono umane, che so delle leggi segrete del mondo, del perché della vita?

Che so delle folle che mi circondano, del cuore dei miei stessi amici?

Che so io di me stesso, del mio viso, dei miei motivi segreti di tante decisioni che credo di prendere “per una buona causa”?

E sto per indignarmi, perché tu non mi hai dato, fin da ora, degli occhi capaci di vederti faccia a faccia…

Per il fatto che non ti vedo, Signore, devo forse renderne responsabile l’eccessivo splendore della tua luce?

Se ti conoscessi come conosco le cose, allora, saresti, tu, forse, il mio Dio?

Signore, che io non creda mai che la notte della fede sia un supplizio che tu mi infliggi, una prova che mi fai subire.

E’ forse colpa tua, se sei al di là di tutto?

O Signore, mio Dio, ti rimprovererò, forse, di avermi strappato dalle tenebre, da quelle tenebre in cui non sapevo ancora che cosa fosse il desiderio di te.

– Lucien Jerphagnon –

Preghiera di un perpetuo malato – Lucien Jerphagnon

Signore, sono stanco di questi continui malesseri, di questi disturbi snervanti e ridicoli, di tutta questa stanchezza, quando non ho fatto nulla di straordinario.

Sono stanco di queste continue indisposizioni, che fanno dire a chi mi sta vicino: “Ma quest’uomo ha sempre qualcosa …”.

Sì, ho sempre qualcosa.

Ben inteso, nulla di grave, nulla che spinga gli altri a considerarmi con quel rispetto, misto a timore, che si ha generalmente in tali occasioni…

Quando si dice: “Potrebbe capitare anche a me …”.

Niente di tutto questo. Ciò che ho, non sono che sciocchezze, dei niente.

Dei niente che non fanno paura a nessuno: un’emicrania oggi, una influenza domani, poi sarà la volta del fegato, e così di seguito.

Dei niente, ecco tutto.

Me è un continuo. E finisco col perdere la pazienza.

Mi accade, talvolta, di sognare una vita forte, priva di malattie…

Una bella vita, piena di vigore, che mi troverebbe ogni mattina riposato, fresco, pronto ad impormi con un sorriso…

Una bella vita immaginaria…

Aggiungo che mi vien voglia di invidiare gli altri, quelli che stanno bene.

Trovo ingiusto il loro aspetto riposato, il loro colorito fresco, i loro pasti senza paure‚ privazioni…

E quel sorriso che hanno per dirmi: “Oh! che cos’ha di nuovo questa mattina?”, con quell’aria di persone che sanno nemmeno di che si tratta.

Perdonami, Signore, di essere stato ingiusto. So che non è del tutto colpa mia. 

Ma, voglia o non voglia, li ho guardati con rancore. E’ assurdo.

Fa, o Signore, che capisca… che essi non mi capiscono.

Dammi la forza di volontà, che costa così cara, quando non si ha voglia di nulla.

La forza di non lasciassi andare, come dicono le brave persone. La forza di essere impeccabile, nonostante tutto.

Signore, aiutami a portare le mie piccole miserie con eleganza.

Preghiera per un fallito – Lucien Jerphagnon

Signore, lo so, non valgo gran che in questo mondo.

Sono fallito negli studi, ho provato tutti i mestieri, o per lo meno quelli che non esigono alcuna specializzazione.

Non sono capace di mantenere un impegno più di sei mesi.

Di me la gente dice: “E’ un fallito”.

Sotto un certo punto di vista, è vero.

Nemmeno io so più se, quand’ero ancora un ragazzo, ho mirato troppo in alto o, troppo in basso.

E’ triste essere un fallito. Quando uno se ne accorge, è sempre troppo tardi.

Prima era una cosa che neppure mi sfiorava. Adesso ne soffro tremendamente.

Tutto è venuto pian piano, con l’età. E so che ormai è troppo tardi, perché io possa essere altro che un fallito.

Non sapevo che la vita camminasse così in fretta.

E poi, non è tanto facile rimontare la china.

Gli altri non ti prendono sul serio. E’ finito.

Ormai: per loro tu sei “il fallito”. Ti affogano sempre più in questa certezza.

Viene il giorno in cui non puoi più fare meglio.

Signore, senza alcun dubbio, è molto tardi perché possa fare ancora gran che di buono nella vita.

Devo pur ammetterlo, senza amarezza, semplicemente.

Senza accusarne la società, il governo, i miei genitori o gli altri in generale…

Sarebbe troppo facile.

Tuttavia, Signore, vorrei poter ancora riprendermi.

Senza rassegnarmi, troppo facilmente, ad essere per sempre l’ultima ruota del carro.

Senza coltivare tranquillamente la mia strana caratteristica di non essere buono  a nulla.

Signore, vorrei essere ancora buono a far qualcosa. Pur sapendo che ormai è molto tardi.

Preghiera di un educatore sfinito – Lucien Jerphagnon

Signore, è il momento della mia preghiera.

La farò al mio scrittoio, stasera, alla luce della lampada, vicino all’ultimo compito corretto.

L’ultimo per questa sera. E domani ricomincio.

Rivedo già la mia classe, le  quaranta testoline pazze, a cui devo insegnare – tant’è – della nozioni, non tanto ridicole, in fondo.

Rivedo X …, la mia pecora nera, che avrà dimenticato una volta ancora il compito, e che avrò voglia di prendere a schiaffi.

E Y…, che mi infastidisce, muovendosi continuamente tutta l’ora, e che sbatterò sicuramente fuori dalla porta.

E Z … , che capisce con uno, due o tre minuti di ritardo – quando capita che capisca qualcosa.

Perfino i “buoni” mi stancano questa sera.

Mi pare di vederli tutti là, irrequieti, snervati, esigenti, incapaci di lasciarmi un minuto di riposo, che studino, sia che non facciano nulla.

Signore, questa sera non ti offro nulla di straordinario.

Non ho che i miei nervi tesi, il mio cattivo umore, e un abbassamento di voce.

E lo scoraggiamento che sta per venire, cui non voglio tuttavia soggiacere.

Perché‚ domani occorrerà essere pronto e dire, con calma, senza urlare: “Un po’ di silenzio per favore… entrate”.

Come ogni mattina, da vent’anni.

Domani… Ah! vorrei ritrovare un po’ del mio entusiasmo di un tempo, un po’ della mia fierezza un tantino ingenua dei miei primi anni.

Vorrei, Signore, offrir “loro” ogni mattina, una voce calma, un viso rasato, un’attenzione serena.

Vorrei prenderli come sono, i miei ragazzi, proprio come sono, come ero io, quando avevo la loro età.

Vorrei lavorare per loro, senza aspettarmi nulla.

Non solo lì per procurarmi delle soddisfazioni.

Cosa che dimentico sempre: bisognerà che vi pensi ancora, perché, è, importante.

Ma non questa sera, Signore, Questa sera devo dormire. Per loro.

Preghiera di un capo scoraggiato Lucien Jerphagnon

Signore, volevo – una volta, molto tempo fa – fare dei miei dipendenti degli amici.

Avrei voluto non punirli mai, non biasimarli mai.

Pensavo anche che con un po’ di fortuna, non avrei mai dovuto dir loro cose spiacevoli…

Pensavo che sarebbe bastato, per riuscirvi, di “sapermi regolare”; e siccome ero proprio persuaso che sapevo…

Dimenticavo solo la natura umana.

Ci sono proprio delle persone da cui non ci si può cavar nulla.

Quando, un tempo, me lo dicevano, io sorridevo…”Che idea pessimista! Io cambierò tutto questo …”.

Non ho cambiato nulla.

Ci sono delle persone da cui proprio non ci si può cavar nulla.

Delle persone con cui si fa fatica a vivere, per quanto ben disposti si sia.

Ricordati, Signore: “O gente infedele e perversa, fino a quando starò tra voi, e vi sopporterò? ” (Luca, IX, 41)

Signore, la prima cosa che devo imparare da te, è di accettarli come sono.

Prenderli così come sono: l’atto fondamentale del vero amore.

Ammettere che non hanno niente di attraente – è il meno che si possa dire – e tuttavia considerarmi responsabile della loro felicità.

Ammettere che sono senza intelligenza, senza finezza – ciò bisogna pur riconoscerlo – e non rinunciare per questo a rispettarli.

Ammettere che si credono sempre offesi, che si mostrano sempre diffidenti, anche quando ho fatto tutto ciò che ho potuto per essere giusto.

Non dirmi mai che, dopo tutto, “essi” non meritano tanto.

Signore, avevo voluto essere amato…

O piuttosto, ho voluto sedurre.

Avere il ruolo del giovane capo “amato dai suoi uomini”…

Erano cose da romanzo, Signore. Da cattivo romanzo.

Signore, anzitutto, perdonami di aver voluto sedurre.

Poi, aiutami, semplicemente, a lavorare per loro.

– Lucien Jerphagnon –

Non a destra, non a sinistra, non al centro, ma in alto – don Primo Mazzolari

Direte che non c’è un alto in politica e che, se mai, vale quanto la destra, la sinistra, il centro. Nominalismo mistico in luogo di un nominalismo politico: elemento di confusione non di soluzione.

E’ vero che una nuova strada non cambia nulla se l’uomo non si muove con qualche cosa di nuovo, e che un paese può andare verso qualsiasi punto cardinale e rimanere qual è. Ma se gli italiani fossero d’accordo su questo fatto, la fiducia, della tonomastica parlamentare sarebbe felicemente superata.

Fa comodo ai neghittosi credersi arrivati per il solo fatto di muoversi da destra invece che da sinistra. Saper la strada o aver imbroccato la strada giusta non vuol dire camminarla bene o aver raggiunto la méta.

Il fariseismo rivive in tanti modi e temo che questo sia uno dei più attuali.

La giustizia è a sinistra, la libertà al centro, la ragione a destra. E nessuno chiede più niente a se stesso e incolpa gli altri di tutto ciò che manca, attribuendosi la paternità di ogni cosa buona.

Non dico che siano sbagliate le strade che partono da destra, da sinistra o dal centro: dico solo che non conducono, perché sono state cancellate come strade e scambiate per punti d’arrivo e di possesso.

La sinistra è la giustizia – la destra è la ragione – il centro libertà. E siamo così sicuri delle nostre equazioni, che nessuno s’accorge che c’è gente che scrive con la sinistra e mangia con la destra: che in piazza fa il sinistro e in affari si comporta come un destro: che l’egoismo di sinistra è altrettanto lurido di quello di centro, per cui, destra, sinistra e centro possono divenire tre maniere di «fregare» allo stesso modo il Paese, la Giustizia, la Libertà, la Pace.

L’alto cosa sarebbe allora?

Una destra pulita, una sinistra pulita, un centro pulito, in virtù di uno sforzo di elevazione e di purificazione personale che non ha nulla a vedere con la tessera.

Come ieri per la salvezza non contava il circonciso né l’incirconciso, così oggi non conta l’uomo di destra né l’uomo di sinistra, ma solo la nuova creatura: la quale lentamente e faticosamente sale una strada segnata dalle impronte di Colui, che arri­vato in alto, si è lasciato inchiodare sulla Croce a braccia spalancate per dar la sua mano forata a tutti gli uomini e costruire il vero arco della Pace.

(don Primo Mazzolari)

Fonte: “Adesso” Anno 1° n. 3 Martedì 15 febbraio 1949

Nostro fratello Giuda – Don Primo Mazzolari

Miei cari fratelli, è proprio una scena d’agonia e di cenacolo.

Fuori c’è tanto buio e piove. Nella nostra Chiesa, che è diventata il Cenacolo, non piove, non c’è buio, ma c’è una solitudine di cuori di cui forse il Signore porta il peso.

C’è un nome, che torna tanto nella preghiera della Messa che sto celebrando in commemorazione del Cenacolo del Signore, un nome che fa’ spavento, il nome di Giuda, il Traditore.

Un gruppo di vostri bambini rappresenta gli Apostoli; sono dodici. Quelli sono tutti innocenti, tutti buoni, non hanno ancora imparato a tradire e Dio voglia che non soltanto loro, ma che tutti i nostri figlioli non imparino a tradire il Signore.

Chi tradisce il Signore, tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, la propria coscienza, il proprio dovere e diventa un infelice.

Io mi dimentico per un momento del Signore o meglio il Signore è presente nel riflesso del dolore di questo tradimento, che deve aver dato al cuore del Signore una sofferenza sconfinata.

Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. E’ uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore.

Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda.

Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore.

Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!”

Amico! Questa parola che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici.

Gli Apostoli son diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro.

Vi ho domandato: come mai un apostolo del Signore è finito come traditore? Conoscete voi, o miei cari fratelli, il mistero del male? Sapete dirmi come noi siamo diventati cattivi? Ricordatevi che nessuno di noi in un certo momento non ha scoperto dentro di sé il male.

L’abbiamo visto crescere il male, non sappiamo neanche perché ci siamo abbandonati al male, perché siamo diventati dei bestemmiatori, dei negatori. Non sappiamo neanche perché abbiamo voltato le spalle a Cristo e alla Chiesa.

Ad un certo momento ecco, è venuto fuori il male, di dove è venuto fuori?

Chi ce l’ha insegnato?

Chi ci ha corrotto?

Chi ci ha tolto l’innocenza?

Chi ci ha tolto la fede?

Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione.

Vedete, Giuda, fratello nostro! Fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa!

Qualcheduno però, deve avere aiutato Giuda a diventare il Traditore.

C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male di Giuda, ma che ce lo mette davanti in un modo impressionante: “Satana lo ha occupato”. Ha preso possesso di lui, qualcheduno deve avervelo introdotto.

Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze, spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare il Dio dai cuori di tante creature.

Questa è l’opera del male, è l’opera di Satana.

Ha agito in Giuda e può agire anche dentro di noi se non stiamo attenti.

Per questo il Signore aveva detto ai suoi Apostoli là nell’ orto degli ulivi, quando se li era chiamati vicini: “State svegli e pregate per non entrare in tentazione”.

E la tentazione è incominciata col denaro. Le mani che contano il denaro. Che cosa mi date? Che io ve lo metto nelle mani? E gli contarono trenta denari. Ma glieli hanno contati dopo che il Cristo era già stato arrestato e portato davanti al tribunale.

Vedete il baratto! L’amico, il maestro, colui che l’aveva scelto, che ne aveva fatto un Apostolo, colui che ci ha fatto un figliolo di Dio; che ci ha dato la dignità, la libertà, la grandezza dei figli di Dio. Ecco! Baratto! Trenta denari! Il piccolo guadagno. Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari. E qualche volta anche ci vendiamo per meno di trenta denari. Ecco i nostri guadagni, per cui voi sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista.

C’è qualcheduno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici.

Crede di aver guadagnato il posto, un po’ di lavoro, una certa stima, una certa considerazione, tra certi amici i quali godono di poter portare via il meglio che c’è nell’anima e nella coscienza di qualche loro compagno.

Ecco vedete il guadagno? Trenta denari! Che cosa diventano questi trenta denari?

Ad un certo momento voi vedete un uomo, Giuda, siamo nella giornata di domani, quando il Cristo sta per essere condannato a morte. Forse Lui non aveva immaginato che il suo tradimento arrivasse tanto lontano. Quando ha sentito il crucifigge, quando l’ha visto percosso a morte nell’atrio di Pilato, il traditore trova un gesto, un grande gesto.

Va’ dov’erano ancora radunati i capi del popolo, quelli che l’avevano comperato, quella da cui si era lasciato comperare. Ha in mano la borsa, prende i trenta denari, glieli butta, prendete, è il prezzo del sangue del Giusto. Una rivelazione di fede, aveva misurato la gravità del suo misfatto. Non contavano più questi denari. Aveva fatto tanti calcoli, su questi denari.

Il denaro. Trenta denari. Che cosa importa della coscienza, che cosa importa essere cristiani? Che cosa ci importa di Dio? Dio non lo si vede, Dio non ci da’ da mangiare, Dio non ci fa’ divertire, Dio non da’ la ragione della nostra vita. I trenta denari. E non abbiamo la forza di tenerli nelle mani. E se ne vanno. Perché dove la coscienza non è tranquilla anche il denaro diventa un tormento.

C’è un gesto, un gesto che denota una grandezza umana. Glieli butta là. Credete voi che quella gente capisca qualche cosa? Li raccoglie e dice: “Poiché hanno del sangue, li mettiamo in disparte. Compereremo un po’ di terra e ne faremo un cimitero per i forestieri che muoiono durante la Pasqua e le altre feste grandi del nostro popolo”.

Così la scena si cambia, domani sera qui, quando si scoprirà la croce, voi vedrete che ci sono due patiboli, c’è la croce di Cristo; c’è un albero, dove il traditore si è impiccato. Povero Giuda.

Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati, non è quello di vendere il Cristo; è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro; e poi lo ha guardato e si è messo a piangere e il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il suo vicario. Tutti gli Apostoli hanno abbandonato il Signore e son tornati, e il Cristo ha perdonato loro e li ha ripresi con la stessa fiducia. Credete voi che non ci sarebbe stato posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo o a una svolta della strada della Via Crucis: la salvezza sarebbe arrivata anche per lui.

Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda.

Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: “Muore l’uno e muore l’altro”. Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza del Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti.

Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda.

Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore.

E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni. Un corteo che certamente pare che non faccia onore al figliolo di Dio, come qualcheduno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia.

E adesso, che prima di riprendere la Messa, ripeterò il gesto di Cristo nell’ ultima cena, lavando i nostri bambini che rappresentano gli Apostoli del Signore in mezzo a noi, baciando quei piedini innocenti, lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro. E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico.

La Pasqua è questa parola detta ad un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi.

Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il Sacerdote all’ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici.

(don Primo Mazzolari)

Fonte: http://www.giovaniemissione.it/

Rischiare – Rudyard Kipling

Ridere, è rischiare di apparire matti…

Piangere, è rischiare di apparire sentimentali…

Tendere la mano, significa rischiare di impegnarsi…

Mostrare i sentimenti, è rischiare di esporsi…

Far conoscere le…

proprie idee ed i propri sogni, è rischiare di essere respinti…

Amare, è rischiare di non essere contraccambiati…

Vivere, è rischiare di morire…

Sperare, è rischiare di disperare…

Tentare , è rischiare di fallire…

Ma noi dobbiamo correre il rischio!

Il più grande pericolo nella vita è quello di non rischiare.

Colui che non rischia niente… non fa niente… non ha niente… non è niente!

“E’ possibile che evitino di soffrire,

ma non possono imparare, sentire, cambiare, crescere od amare.

Solo chi rischia è libero!”

– Rudyard Se (Lettera al figlio, 1910) – Rudyard Kipling

Con questa lettera, datata 1910,

 Rudyard Kipling cercò di insegnare al figlio a distinguere fra il bene e il male

Se riesci a conservare il controllo quando tutti

Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;

Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti

Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;

Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,

O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,

O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall’odio,

E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;

Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;

Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;

Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina

E trattare allo stesso modo quei due impostori;

Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto

Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi

O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,

E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;

Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite

E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,

E perdere e ricominciare di nuovo dal principio

E non dire una parola sulla perdita;

Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi

A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,

E a tener duro quando in te non resta altro

Tranne la Volontà che dice loro: “Tieni duro!”.

Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,

E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,

Se non riesce a ferirti il nemico né l’amico più caro,

Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;

Se riesci a occupare il minuto inesorabile

Dando valore a ogni minuto che passa,

Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,

E – quel che è di più – sei un Uomo, figlio mio!

La morte della Parrocchia – don Bruno Ferrero

Sui muri e sul giornale della città comparve uno strano annuncio funebre: «Con profondo dolore annunciamo la morte della parrocchia di Santa Eufrosia. I funerali avranno luogo domenica alle ore 11».

La domenica, naturalmente, la chiesa di Santa Eufrosia era affollata come non mai. Non c’era più un solo posto libero, neanche in piedi.

Davanti all’altare c’era il catafalco con una bara di legno scuro.

Il parroco pronunciò un semplice discorso: «Non credo che la nostra parrocchia possa rianimarsi e risorgere, ma dal momento che siamo quasi tutti qui voglio fare un estremo tentativo. Vorrei che passaste tutti quanti davanti alla bara, a dare un’ultima occhiata alla defunta. Sfilerete in fila indiana, uno alla volta e dopo aver guardato il cadavere uscirete dalla porta della sacrestia. Dopo, chi vorrà potrà rientrare dal portone per la Messa».

Il parroco aprì la cassa. Tutti si chiedevano: «Chi ci sarà mai dentro? Chi è veramente il morto?».

Cominciarono a sfilare lentamente. Ognuno si affacciava alla bara e guardava dentro, poi usciva dalla chiesa.  Uscivano silenziosi, un po’ confusi.

Perché tutti coloro che volevano vedere il cadavere della parrocchia di Santa Eufrosia e guardavano nella bara, vedevano, in uno specchio appoggiato sul fondo della cassa, il proprio volto.

«Anche voi, come pietre vive, formate il tempio dello Spirito Santo, siete sacerdoti consacrati a Dio e offrite sacrifici spirituali che Dio accoglie volentieri, per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pietro 2,5).

Se c’è polvere nelle sale della tua parrocchia, c’è polvere sulla tua anima.

Il potere immenso delle mani – don Ferrero Bruno

Un’insegnante chiese agli scolari della sua prima elementare di disegnare qualcosa per cui sentissero di ringraziare il Signore.

Pensò quanto poco di cui essere grati in realtà avessero questi bambini provenienti da quartieri poveri.

Ma sapeva che quasi tutti avrebbero disegnato panettoni o tavole imbandite.

L’insegnante fu colta di sorpresa dal disegno consegnato da Tino:

una semplice mano disegnata in maniera infantile.

Ma la mano di chi?

La classe rimase affascinata dall’immagine astratta.

“Secondo me è la mano di Dio che ci porta da mangiare” disse un bambino. “Un contadino” disse un altro, “perché alleva i polli e le patatine fritte”.

Mentre gli altri erano al lavoro, l’insegnante si chinò sul banco di Tino e domandò di chi fosse la mano.

“È la tua mano, maestra” mormorò il bambino.

Si rammentò che tutte le sere prendeva per mano Tino, che era il più piccolo e lo accompagnava all’uscita.

Lo faceva anche con altri bambini, ma per Tino voleva dire molto.

Hai mai pensato al potere immenso delle tue mani?

(don Bruno Ferrero)

fonte: “A volte basta un raggio di sole. Piccole storie per l’anima” di Bruno Ferrero

Il segnale – don Bruno Ferrero

Un giovane era seduto da solo nell’autobus; teneva lo sguardo fisso fuori del finestrino. Aveva poco più di vent’anni ed era di bell’aspetto, con un viso dai lineamenti delicati. Una donna si sedette accanto a lui. Dopo avere scambiato qualche chiacchiera a proposito del tempo, caldo e primaverile, il giovane disse, inaspettatamente:

«Sono stato in prigione per due anni. Sono uscito questa mattina e sto tornando a casa».

Le parole gli uscivano come un fiume in piena mentre le raccontava di come fosse cresciuto in una famiglia povera ma onesta e di come la sua attività criminale avesse procurato ai suoi cari vergogna e dolore.

In quei due anni non aveva più avuto notizie di loro. Sapeva che i genitori erano troppo poveri per affrontare il viaggio fino al carcere dov’era detenuto e che si sentivano troppo ignoranti per scrivergli.

Da parte sua, aveva smesso di spedire lettere perché non riceveva risposta.

Tre settimane prima di essere rimesso in libertà, aveva fatto un ultimo, disperato tentativo di mettersi in contatto con il padre e la madre.

Aveva chiesto scusa per averli delusi, implorandone il perdono.

Dopo essere stato rilasciato, era salito su quell’autobus che lo avrebbe riportato nella sua città e che passava proprio davanti al giardino della casa dove era cresciuto e dove i suoi genitori continuavano ad abitare.

Nella sua lettera aveva scritto che avrebbe compreso le loro ragioni.

Per rendere le cose più semplici, aveva chiesto loro di dargli un segnale che potesse essere visto dall’autobus. Se lo avevano perdonato e lo volevano accogliere di nuovo in casa, avrebbero legato un nastro bianco al vecchio melo in giardino.

Se il segnale non ci fosse stato, lui sarebbe rimasto sull’ autobus e avrebbe lasciato la città, uscendo per sempre dalla loro vita.

Mentre l’automezzo si avvicinava alla sua via, il giovane diventava sempre più nervoso, al punto di aver paura a guardare fuori del finestrino, perché era sicuro che non ci sarebbe stato nessun fiocco.

Dopo aver ascoltato la sua storia, la donna si limitò a chiedergli: «Cambia posto con me. Guarderò io fuori del finestrino».

L’autobus procedette ancora per qualche isolato e a un certo punto la donna vide l’albero.

Toccò con gentilezza la spalla del giovane e, trattenendo le lacrime, mormorò: «Guarda! Guarda! Hanno coperto tutto l’albero di nastri bianchi».

Siamo più simili a bestie quando uccidiamo.

Siamo più simili a uomini quando giudichiamo.

Siamo più simili a Dio quando perdoniamo.

Fonte: Bruno Ferrero, La vita è tutto quello che abbiamo

Il valore … – don Bruno Ferrero

“Non stia lì a perdere tempo con me. Sono una poco di buono, faccio schifo a tutti, e faccio schifo anche a me!”.

Era una giovane arrabbiata. Incrociò il parroco che l’aveva invitata a frequentare il gruppo dei giovani e con astio e amarezza snocciolò tutte le cose che non le piacevano di se stessa: “Sono piatta e insignificante, ho un carattere insopportabile, ci provo con tutti, ma… nessuno mi vuole veramente, sono invidiosa delle mie amiche e in famiglia  do  sui nervi a tutti. Che ci sto a fare in questo mondo?”.

Il parroco la guardò e, dopo un momento di silenzio, le disse: “Lo sai che hai due stupendi occhi verdi?”.

… La ragazza tacque interdetta.

Il primo passo era fatto.

Era una signora che aveva comprato un copriletto orribile. L’aveva comprato per disperazione, pagandolo cinque euro, a una vendita di articoli di seconda mano. Ogni volta che rifaceva il letto, distendeva il copriletto con una smorfia di disgusto.

Poi, un giorno, sfogliando un catalogo di vendita per corrispondenza trovato per caso, vide lo stesso copriletto firmato da un notissimo stilista.

Costava trecento euro!

Non appena scoprì il prezzo del copriletto, esso acquistò tutta un’altra bellezza al suoi occhi.

Qualunque cosa pensi di te stesso, agli occhi di Dio tu hai un prezzo altissimo.

Alcuni uomini non sanno quant’è importante che essi ci siano.

Alcuni uomini non sanno quanto faccia bene, anche solo vederli.

Alcuni uomini non sanno quanto sia di conforto il loro benevolo sorriso.

Alcuni uomini non sanno quanto sia benefica la loro vicinanza.

Alcuni uomini non sanno quanto saremmo più poveri senza di loro.

Alcuni uomini non sanno di essere un dono del cielo.

Lo saprebbero se noi glielo dicessimo.

– don Bruno Ferrero –

da: “La Vita è tutto ciò che abbiamo” , Casa editrice ElleDiCi

https://youtu.be/wRa65pCR4f4

PICCOLE STORIE

Il muro

(Bruno Ferrero, A volte basta un raggio di sole)

In un deserto aspro e roccioso vivevano due eremiti. Avevano trovato due grotte che si spalancavano vicine, una di fronte all’altra. Dopo anni di preghiere e feroci mortificazioni, uno dei due eremiti era convinto di essere arrivato alla perfezione.

L’altro era un uomo altrettanto pio, ma anche buono e indulgente. Si fermava a conversare con i rari pellegrini, confortava e ospitava coloro che si erano persi, e coloro che fuggivano; tutto tempo sottratto alla meditazione e alla preghiera, pensava il primo eremita, che dissaprovava le frequenti, anche se minuscole, mancanze dell’altro.

Per fargli capire in modo visibile quanto fosse ancora lontano dalla santità, decise di posare una pietra all’imboccatura della propia grotta, ogni volta che l’altro commetteva una colpa.

Dopo qualche mese davanti alla grotta c’era un muro di pietre grigie e soffocante. E lui era murato dentro.

Talvolta intorno al cuore costruiamo dei muri. Il nostro compito più importante è impedire che si formino muri intorno al nostro cuore. E soprattutto cercare di non diventare una “pietra in più nei muri degli altri”.

La scatola dei baci

La storia ha inizio tempo fa, quando un uomo punisce sua figlia di 5 anni per la perdita di un oggetto di valore ed il denaro in quel periodo era poco. Era il periodo di Natale, la mattina successiva la bambina portò un regalo e disse: “Papà è per te”.

Il padre era visibilmente imbarazzato, ma la sua arrabbiatura aumentò quando, aprendo la scatola, vide che dentro non c’era nulla. Disse in modo brusco: “Non lo sai che quando si fa un regalo, si presuppone che nella scatola ci sia qualcosa?”.

La bimba lo guardò dal basso verso l’alto e con le lacrime agli occhi disse:

“Papà,… non è vuoto. Ho messo dentro tanti baci fino a riempirlo”.

Il padre si sentì annientato. Si inginocchiò e mise le braccia al collo della sua bimba e le chiese perdono.

Passò del tempo e una disgrazia portò via la bambina. Per tutto il resto della sua vita, il padre tenne sempre la scatola vicino al suo letto e quando si sentiva scoraggiato o in difficoltà, apriva la scatola e tirava fuori un bacio immaginario ricordando l’amore che la bambina ci aveva messo dentro.

…ognuno di noi ha una scatola piena di baci e amore incondizionato, dei nostri figli, degli amici e soprattutto di Dio.

Non ci sono cose più importanti che si possano possedere!!!

La saggezza in un cioccolato caldo

Un gruppo di laureati, affermati nelle loro carriere, discutevano sulle loro vite durante una riunione. Decisero di fare visita al loro vecchio professore universitario, ora in pensione, che era sempre stato un punto di riferimento per loro.

Durante la visita, si lamentarono dello stress che dominava la loro vita, il loro lavoro e le relazioni sociali.

Volendo offrire ai suoi ospiti un cioccolato caldo, il professore andò in cucina e ritornò con una grande brocca e un assortimento di tazze. Alcune di porcellana, altre di vetro, di cristallo, alcune semplici, altre costose, altre di squisita fattura.

Il professore li invitò a servirsi da soli il cioccolato.

Quando tutti ebbero in mano la tazza con il cioccolato caldo il professore espose le sue considerazioni.

“Noto che son state prese tutte le tazze più belle e costose, mentre son state lasciate sul tavolino quelle di poco valore.

La causa dei vostri problemi e dello stress è che per voi è normale volere sempre il meglio.

La tazza da cui state bevendo non aggiunge nulla alla qualità del cioccolato caldo. In alcuni casi la tazza è molto bella mentre alcune altre nascondono anche quello che bevete.

Quello che ognuno di voi voleva in realtà era il cioccolato caldo.

Voi non volevate la tazza…..

Ma voi consapevolmente avete scelto le tazze migliori.

E subito, avete cominciato a guardare le tazze degli altri.

Ora amici vi prego di ascoltarmi…..

La vita è il cioccolato caldo……

il vostro lavoro, il denaro, la posizione nella società sono le tazze.

Le tazze sono solo contenitori per accogliere e contenere la vita.

La tazza che avete non determina la vita, non cambia la qualità della vita che state vivendo.

Qualche volta, concentrandovi solo sulla tazza, voi non riuscite ad apprezzare il cioccolato caldo che Dio vi ha dato.

Ricordatevi sempre questo:

Dio prepara il cioccolato caldo, Egli non sceglie la tazza.

La gente più felice non ha il meglio di ogni cosa, ma apprezza il meglio di ogni cosa che ha!

Vivere semplicemente.

Amare generosamente.

Preoccuparsi profondamente.

Parlare gentilmente.

Lasciate il resto a Dio.

E ricordatevi:

La persona più ricca non è quella che ha di più, ma quella che ha bisogno del minimo.

Godetevi il vostro caldo cioccolato!!

Come Maria

(Bruno Ferrero, A volte basta un raggio di sole)

Una notte ho fatto un sogno splendido. Vidi una strada lunga, una strada che si snodava dalla terra e saliva su nell’aria, fino a perdersi tra le nuvole, diretta in cielo. Ma non era una strada comoda, anzi era una strada piena di ostacoli, cosparsa di chiodi arrugginiti, pietre taglienti e appuntite, pezzi di vetro. La gente camminava su quella strada a piedi scalzi. I chiodi si conficcavano nella carne, molti avevano i piedi sanguinanti. Le persone però non desistevano: volevano arrivare in cielo. Ma ogni passo costava sofferenza e il cammino era lento e penoso. Ma poi, nel mio sogno, vidi Gesù che avanzava. Era anche lui a piedi scalzi. Camminava lentamente, ma in modo risoluto. E neppure una volta si ferì i piedi.

Gesù saliva e saliva. Finalmente giunse al cielo e là si sedette su un grande trono dorato. Guardava in giù, verso quelli che si sforzavano di salire. Con lo sguardo e i gesti li incoraggiava. Subito dopo di lui, avanzava Maria, la sua mamma.

Maria camminava ancora più veloce di Gesù.

Sapete perché? Metteva i suoi piedi nelle impronte lasciate da Gesù. Così arrivò presto accanto a suo Figlio, che la fece sedere su una grande poltrona alla sua destra.

Anche Maria si mise ad incoraggiare quelli che stavano salendo e invitava anche loro a camminare nelle orme lasciate da Gesù, come aveva fatto lei.

Gli uomini più saggi facevano proprio così e procedevano spediti verso il cielo. Gli altri si lamentavano per le ferite, si fermavano spesso, qualche volta desistevano del tutto e si accasciavano sul bordo della strada sopraffatti dalla tristezza.

Una mattina un professore di cardiologia condusse gli alunni al laboratorio di anatomia umana dell’Università.

Stavano osservando alcuni organi, quando notarono un cuore smisuratamente grande.

Il professore chiese ai ragazzi se sapevano dire a chi fosse appartenuto, intendendo quale malattia avesse causato la morte di quella persona.

“Io lo so” disse un ragazzo, in tono molto serio. “Era il cuore di una madre”.

L’unica strada

L’Angelo della Morte bussò un giorno alla casa di un uomo.

“Accomodati pure” disse l’uomo.”Ti aspettavo”.

“Non sono venuto per fare due chiacchiere”disse l’Angelo, “ma per prenderti la vita”.

“E che altro potresti prendermi?”

“Non so. Ma tutti, quando giungo io, vorrebbero che io prendessi qualsiasi cosa, ma non la vita. Sapessi quali offerte mi fanno!”.

“Non io. Non ho nulla da darti. Le gioie che mi sono state donate le ho godute. Mi sono divertito, ma senza fare del divertimento lo scopo della mia vita. Gli affanni, li ho affidati al vento. I problemi, i dubbi, le inquietudini li ho affidati alla provvidenza. Ho utilizzato i beni terreni solo per quanto mi erano necessari, rinunciando al superfluo. Il sorriso, l’ho regalato a quanti me lo chiedevano. Il mio cuore a quanti ho amato e mi hanno amato. La mia anima l’ho affidata a Dio. Prenditi dunque la mia vita, perché non ho altro da offrirti”.

L’Angelo della Morte sollevò l’uomo fra le sue braccia e lo trovò leggero come una piuma. All’uomo la stretta dell’Angelo parve tenerissima. E il Signore spalancò le porte del Paradiso perché stava per entrarvi un santo…

Non esistono altre vie. L’unica strada per una vita piena, riuscita e felice è la strada della santità.

Codice delle piccole buone azioni

Il P. Lacordaire, convertito, avvocato, domenicano, deputato, famoso predicatore, accademico di Francia, si era composto un “Codice delle piccole buone azioni”. Eccolo per un esame di coscienza:

Sorridi alla monotonia del dovere quotidiano.

Taci quando ti accorgi che qualcuno ha sbagliato.

Elogia il fratello che ha operato il bene.

Rendi un servizio a chi ti è sottoposto.

Partecipa al gioco dei fanciulli, i prediletti di Dio.

Stringi cordialmente la mano al fratello che è nella tristezza.

Parla con dolcezza agli impazienti e agli importuni.

Guarda con affetto chi nasconde un dolore.

Riconosci umilmente il tuo torto.

Saluta affabilmente gli umili.

Abbi un pentimento sincero per il male fatto.

Il pacchetto dei biscotti

Una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala d’attesa di un grande aeroporto. Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo, decise di comprare un libro per ammazzare il tempo. Comprò anche un pacchetto di biscotti. Si sedette nella sala VIP per stare più tranquilla.

Accanto a lei c’era la sedia con i biscotti e dall’altro lato un signore che stava leggendo il giornale. Quando lei cominciò a prendere il primo biscotto, anche l’uomo ne prese uno; lei si sentì indignata ma non disse nulla e continuò a leggere il suo libro. Tra sé pensò: “Ma tu guarda, se solo avessi un po’ più di coraggio gli avrei già dato un pugno…”.

Così ogni volta che lei prendeva un biscotto, l’uomo accanto a lei, senza fare un minimo cenno ne prendeva uno anche lui. Continuarono fino a che non rimase solo un biscotto e la donna pensò: “Ah, adesso voglio proprio vedere cosa mi dice quando saranno finiti tutti!”.

L’uomo prese l’ultimo biscotto e lo divise a metà! “Ah!, questo è troppo”; pensò e cominciò a sbuffare indignata, si prese le sue cose, il libro, la sua borsa e si incamminò verso l’uscita della sala d’attesa.

Quando si sentì un po’ meglio e la rabbia era passata, si sedette in una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l’attenzione ed evitare altri dispiaceri.

Chiuse il libro e aprì la borsa per infilarlo dentro quando nell’aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora tutto intero nel suo interno.

Sentì tanta vergogna e capì solo allora che il pacchetto di biscotti uguale al suo era di quel uomo seduto accanto a lei che però aveva diviso i suoi biscotti con lei senza sentirsi indignato, nervoso o superiore, al contrario di lei che aveva sbuffato e addirittura si sentiva ferita nell’orgoglio.

Quante volte nella nostra vita mangeremo o avremo mangiato i biscotti di un altro senza saperlo? Prima di arrivare ad una conclusione affrettata e prima di pensare male delle persone, guarda attentamente le cose, molto spesso non sono come sembrano!

Il riccone in Paradiso

Un riccone arrivò in Paradiso dopo una lunga vita passata nel lusso a motivo degli affari per i quali aveva uno speciale fiuto. Per prima cosa fece un giro per il mercato e con sorpresa vide che le merci erano vendute a prezzi molto bassi.

Non gli pareva vero: anche qui avrebbe potuto mettere a frutto il suo spiccato senso per gli investimenti.

Immediatamente mise mano al portafoglio e cominciò a ordinare le cose più belle che vedeva.

Al momento di pagare porse all’angelo, che faceva da commesso, una manciata di banconote di grosso taglio.

L’angelo sorrise: “Mi dispiace, ma questo denaro non ha alcun valore”.

“Come?”, si stupì il riccone.

“Qui vale soltanto il denaro che sulla terra è stato donato”, rispose l’angelo.

La foresta

(Bruno Ferrero, C’è qualcuno lassù)

Un giorno, in un bosco molto frequentato scop­piò un incendio. Tutti fuggirono, presi dal panico. Rimasero soltanto un cieco e uno zoppo. In preda alla paura, il cieco si stava dirigendo proprio verso il fron­te dell’incendio.

«Non di là!» gli gridò lo zoppo. «Finirai nel fuoco!».

«Da che parte, allora?» chiese il cieco.

«Io posso indicarti la strada» rispose lo zoppo «ma non posso correre. Se tu mi prendi sulle tue spalle, potremmo scappare tutti e due molto più in fretta e metterci al sicuro».

Il cieco seguì il consiglio dello zoppo. E i due si salvarono insieme.

Se sapessimo mettere insieme le nostre esperienze, le nostre speranze e le nostre delusioni, le nostre ferite e le nostre conquiste, ci potremmo molto facilmente salvare tutti.

Paradiso e inferno

Un sant’uomo ebbe un giorno a conversare con Dio e gli chiese: “Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno”.

Dio condusse il sant’uomo verso due porte. Aprì una delle due e gli permise di guardare all’interno.

Al centro della stanza, c’era una grandissima tavola rotonda. Sulla tavola, si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant’uomo sentì l’acquolina in bocca. Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato. Avevano tutti l’aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, legati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del braccio, non potevano portare il cibo alla bocca. Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: “Hai appena visto l’Inferno”.

Dio e l’uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l’aprì. La scena che l’uomo vide era identica alla precedente. C’era la grande tavola rotonda, il recipiente colmo di cibo delizioso, che gli fece ancora venire l’acquolina in bocca, e le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici.

Questa volta, però, le persone erano ben nutrite e felici e conversavano tra di loro sorridendo.

Il sant’uomo disse a Dio: “Non capisco!”. “E’ semplice”, rispose Dio, “dipende da un’abilità: essi hanno appreso a nutrirsi reciprocamente tra loro, mentre gli altri non pensano che a loro stessi”.

PEDALA E VEDRAI….AMA E CAPIRAI….

In una calda sera d’estate, un giovane si recò da un vecchio saggio: “Maestro, come posso essere sicuro che sto spendendo bene la mia vita? Come posso essere sicuro che tutto ciò che faccio è quello che Dio mi chiede di fare?”

Il vecchio saggio sorrise compiaciuto e disse:- Una notte mi addormentai con il cuore turbato, anch’io cercavo, inutilmente, una risposta a queste domande. Poi feci un sogno; sognai una BICICLETTA a due posti.

Vidi che la mia vita era come una corsa con una bicicletta a due posti: un tandem. E notai che Dio stava dietro e mi aiutava a pedalare.

Ad un certo punto Dio mi suggerì di scambiarci i posti. Acconsentii e da quel momento la mia vita non fu più la stessa, Dio rendeva la mia vita più felice ed emozionante.

Che cosa era successo da quando ci scambiammo i posti?

Capii che quando guidavo io, conoscevo la strada, era piuttosto noiosa e prevedibile, era sempre la distanza più breve tra due punti, ma quando cominciò a guidare Lui, conosceva bellissime scorciatoie, su per le montagne, attraverso luoghi rocciosi a gran velocità a rotta di collo. Tutto quello che riuscivo a fare era tenermi in sella!! Anche se sembrava una pazzia, lui continuava a dire: “Pedala, pedala”!! Ogni tanto mi preoccupavo, diventavo ansioso e chiedevo:

“Signore, ma dove mi stai portando?”. Egli si limitava a sorridere e non rispondeva. Tuttavia , non so come, cominciai a fidarmi.

Presto dimenticai la mia vita noiosa ed entrai nell’avventura, e quando dicevo “Signore, ho paura…” Lui si sporgeva indietro, mi toccava la mano e subito un’immensa serenità si sostituiva alla paura. Mi portò da gente con doni di cui avevo bisogno; doni di guarigione, accettazione e gioia. Mi diedero i loro doni da portare con me lungo il viaggio.

Il nostro viaggio, vale a dire, di Dio e mio. …..E ripartimmo…

Mi disse “Dai via i regali, sono bagagli in più, troppo peso”. Così li regalai a persone che incontrammo, trovai che nel regalare ero io a ricevere e il nostro fardello era comunque leggero. Dapprima non mi fidavo di Lui, al comando della mia vita, pensavo che l’avrebbe condotta al disastro, ma Lui conosceva i segreti della bicicletta, sapeva come farla inclinare per affrontare gli angoli stretti, saltare per superare i luoghi pieni di rocce, volare per abbreviare passaggi paurosi.

Ora sto imparando a star zitto, a pedalare nei luoghi più strani e comincio a godermi il panorama e la brezza fresca sul volto con il mio delizioso compagno di viaggio, la mia potenza superiore!!

….E quando sono certo di non farcela più ad andare avanti, Lui si limita a sorridere e dice: “Non ti preoccupare, guido io, tu pedala!!”.-

Il grande burrone

Un uomo sempre scontento di sé e degli altri continuava a brontolare con Dio perché diceva: “Ma chi l’ha detto che ognuno deve portare la sua croce? Possibile che non esista un mezzo per evitarla? Sono veramente stufo dei miei pesi quotidiani!” Il Buon Dio gli rispose con un sogno. Vide che la vita degli uomini sulla Terra era una sterminata processione. Ognuno camminava con la sua croce sulle spalle. Lentamente, ma inesorabilmente, un passo dopo l’altro. Anche lui era nell’interminabile corteo e avanzava a fatica con la sua croce personale. Dopo un po’ si accorse che la sua croce era troppo lunga: per questo faceva fatica ad avanzare. “Sarebbe sufficiente accorciarla un po’ e tribolerei molto meno”, si disse, e con un taglio deciso accorciò la sua croce d’un bel pezzo. Quando ripartì si accorse che ora poteva camminare molto più speditamente e senza tanta fatica giunse a quella che sembrava la meta della processione. Era un burrone: una larga ferita nel terreno, oltre la quale però cominciava la “terra della felicità eterna”. Era una visione incantevole quella che si vedeva dall’altra parte del burrone. Ma non c’erano ponti, né passerelle per attraversare. Eppure gli uomini passavano con facilità. Ognuno si toglieva la croce dalle spalle, l’appoggiava sui bordi del burrone e poi ci passava sopra. Le croci sembravano fatte su misura: congiungevano esattamente i due margini del precipizio. Passavano tutti, ma non lui: aveva accorciato la sua croce e ora era troppo corta e non arrivava dall’altra parte del baratro. Si mise a piangere e a disperarsi: “Ah, se l’avessi saputo…”.

La croce è l’unica via di salvezza per gli uomini, l’unico ponte che conduce alla vita eterna.

LA PRINCIPESSA

C’era una volta un re che aveva una figlia di grande bellezza e straordinaria intelligenza.

La principessa soffriva però di una misteriosa malattia. Man mano che cresceva, si indebolivano le sue braccia e le sue gambe, mentre vista e udito si affievolivano. Molti medici avevano invano tentato di curarla.

Un giorno arrivò a corte un vecchio, del quale si diceva che conoscesse il segreto della vita. Tutti i cortigiani si affrettarono a chiedergli di aiutare la principessa malata. Il vecchio diede alla fanciulla un cestino di vimini, con un coperchio chiuso, e disse: «Prendilo e abbine cura. Ti guarirà».

Piena di gioia e attesa, la principessa aprì il coperchio, ma quello che vide la sbalordì dolorosamente. Nel cestino giaceva infatti un bambino, devastato dalla malattia, ancor più miserabile e sofferente di lei.

La principessa lasciò crescere nel suo cuore la compassione. Nonostante i dolori prese in braccio il bambino e cominciò a curarlo. Passarono i mesi: la principessa non aveva occhi che per il bambino. Lo nutriva, lo accarezzava, gli sorrideva. Lo vegliava di notte, gli parlava teneramente. Anche se tutto questo le costava una fatica intensa e dolorosa.

Quasi sette anni dopo, accadde qualcosa di incredibile. Un mattino, il bambino cominciò a sorridere e a camminare. La principessa lo prese in braccio e cominciò a danzare, ridendo e cantando. Leggera e bellissima come non era più da gran tempo. Senza accorgersene era guarita anche lei.

La predica di S. Francesco

Un giorno, uscendo dal convento, san Francesco incontrò frate Ginepro. Era un frate semplice e buono e san Francesco gli voleva molto bene. Incontrandolo gli disse: «Frate Ginepro, vieni, andiamo a predicare». «Padre mio» rispose, «sai che ho poca istruzione. Come potrei parlare alla gente?». Ma poiché san Francesco insisteva, frate Ginepro acconsentì. Girarono per tutta la città, pregando in silenzio per tutti coloro che lavoravano nelle botteghe e negli orti. Sorrisero ai bambini, specialmente a quelli più poveri. Scambiarono qualche parola con i più anziani. Accarezzarono i malati. Aiutarono una donna a portare un pesante recipiente pieno d’acqua. Dopo aver attraversato più volte tutta la città, san Francesco disse: «Frate Ginepro, è ora di tornare al convento». «E la nostra predica?». «L’abbiamo fatta… L’abbiamo fatta» rispose sorridendo il santo.     

Se hai in tasca il profumo del muschio non hai bisogno di raccontarlo a tutti. Il profumo parlerà in tua vece. La predica migliore sei tu.     

(Bruno Ferrero, C’è qualcuno lassù)     

Voglio ringraziare

(Paulo Coelho)

Matthew Henry è un noto specialista di studi biblici. Una volta, mentre tornava dall’università dove insegna, fu aggredito. Quella sera, egli scrisse questa preghiera:

Voglio ringraziare in primo luogo, perché non sono mai stato aggredito prima.

In secondo luogo, perché mi hanno portato via il portafoglio e mi hanno lasciato la vita.

In terzo luogo, perché, anche se mi hanno portato via tutto, non era molto.

Infine, voglio ringraziare perché io sono colui che è stato derubato, e non colui che ha derubato.

Il Tesoro

(Don Oreste Benzi, Pane Quotidiano)

Gli era stata promessa per la sua festa di laurea un’auto nuova, fiammante, all’uscita dell’università, con il diploma di laurea sotto il braccio.

Quale non fu la sua amara sorpresa quando, il giorno fatidico, il padre lo abbracciò sorridente, non però con le chiavi della macchina, bensì con un libro in mano, appena ritirato nella vicina libreria. Una Bibbia.

Il giovane neo dottore scagliò rabbiosamente il libro fuori dalla finestra dell’aula e da quel giorno non rivolse più la parola al padre.

Rimise piede in casa quando anni dopo gli fu comunicata la notizia della morte dell’anziano genitore. La notte del funerale, mentre rovistava tra le carte della scrivania paterna, trovò la Bibbia che gli era stata regalata il giorno della laurea.

In preda a un vago rimorso, soffiò via la polvere che si era depositata sulla copertina del libro e cominciò a sfogliarlo. Scoprì tra le pagine un assegno datato il giorno della laurea e con l’importo esatto dell’auto promessa.

La Bibbia: in libro sigillato, inutile e polveroso per tanti. Eppure tra le sue pagine è nascosto il tesoro che tanto sospiriamo.

Le croci quotidiane

C’era un tempo in cui ognuno portava sempre sulle spalle la propria croce. Quando si andava a Messa, le croci venivano appoggiate all’ingresso e poi riprese all’uscita. Un’anziana signora arrivava sempre fra i primi e quindi lasciava la sua croce nei primi posti disponibili, poi usciva fra gli ultimi e così riprendeva la sua croce e andava via.

Un giorno, stanca del peso della sua croce, e pensando che quelle degli altri fossero più leggere, studiò una strategia per cambiare la sua croce con quella di qualcun altro.

“Arriverò per prima” – pensò, “ma questa volta uscirò anche per prima, così potrò scegliermi una croce più leggera. A qualcun altro toccherà la mia, così faremo un po’ per uno. Non posso sempre essere io quella che porta il peso maggiore!”

E così fece.

Ma quando uscì ebbe un’amara sorpresa: le altre croci erano tutte più pesanti della sua!

Mogia mogia aspettò che tutti uscissero, si prendessero ognuno la propria croce e, pregando e chiedendo in cuor suo perdono dei cattivi pensieri, riprese la sua croce, che questa volta le sembrò più leggera, e riprese la sua strada.

Dalla rivista Scuola Formazione – anno XVIII n. 1/2 – gen./feb. 2015 – Periodico della CISL Scuola

con uno speciale

Nel  Esodo: 3,14  “ Dio  disse  a  Mosé : << Io  sono  colui  che  sono !>>

Poi  disse: <<Dirai  agli  Israeliti; Il   Signore, Il  Dio  dei  vostri  padri, Il  Dio  di  Abramo, Il  Dio  di  Isaaco, Il   Dio  di  Giacobbe  mi  ha  mandato  a  voi. Questo  e  il  mio  nome  per  sempre; questo  e  il  titolo  con  cui  sarò  ricordato  di  generazione  in  generazione>>.

Esodo 4, Il potere dei segni concesso a Mosè; quanto erano ebrei ostinati come popolo, non è difficile da capire, basta leggere quante volte accusavano Mosè, non obbedivano mai in quanto il Signore gli disse: (Esodo 16, 28). <<Fino a quando rifiuterete di osservare i miei ordini e le mie leggi?>>

Della manna (Esodo 16, 31-32): ”La casa d’Israele la chiamò manna. Era simile al seme del coriandolo e bianca; aveva il sapore di una focaccia con miele. Mosè disse. <<Questo ha ordinato il Signore: Riempitene un omer e conservatelo per i vostri discendenti, perché vedano il pane che vi ho dato da mangiare nel deserto, quando vi ho fatti uscire dal paese d’Egitto>>. Esodo 16, (34) Arone la depose per conservarla davanti alla Testimonianza. Non è da passare inosservato nemmeno la benedizione di Ietro, sacerdote di Madian (il suocero di Mosè), appena aveva saputo tutto quello che il Signore aveva fatto per mezzo di Mosè; Esodo (18, 10 – ) : <<Disse Ietro: <<Benedetto sia il Signore, che vi ha liberati dalla mano degli Egiziani e dalla mano del faraone: egli ha strappato questo popolo dalla mano dell’Egitto! Ora io so che il Signore è più grande di tutti gli dei, poiché egli ha operato contro gli Egiziani con quelle stesse cose di cui essi si vantavano>>. Oggi ci pare cosa straordinaria leggere <<Il Signore lo chiamo dal monte>>, <<Il Signore disse a Mosè>> ma è tutto vero e molto semplice anche:

Esodo 19, 9: <<Il Signore disse a Mosè: Ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube, perché il popolo senta quando io parlerò con te e credano sempre anche a te>>. Tra le purificazioni di tre giorni si chiede al popolo: <<Siate pronti in questi tre giorni: non unitevi a donna>>. Esodo 19, 16: <<Ed ecco al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore>>.  Es 19, 20: << Il Signore scese dunque sul monte Sinai, sulla vetta del monte, e il Signore chiamò Mosè sulla vetta del monte. Mosè salì.>>

Chi si disturba oggi ad insegnare, in privato i bambini delle cose ETERNE?

Ero in Sicilia 2009, una bambina di dieci anni, aveva detto quasi per sfogarsi: <Mi sento confusa! >, <Perché, ho chiesto?>

 < Perché, in Chiesa ci insegnano che l’uomo è stato creato da Dio, mentre alla scuola ci insegnano che siamo discendenti delle scimmie!>< Va bene, ho detto, sappiamo che la scuola non è sempre d’accordo con la Chiesa, la scienza, Darwin … >. <No, insisteva, non è questa che mi confonde, ma il fatto che è la stessa maestra della scuola quella che ci insegna il catechismo! > Bella risposta! Mi sembra che la menzogna è stata già beccata, in più, di una bambina.

CERCASI “PRETE E BASTA” Di Arturo Aiello (Vescovo della Diocesi di Teano-Calvi)

CERCASI “PRETE E BASTA”

Di Arturo Aiello (Vescovo della Diocesi di Teano-Calvi)

In un tempo in cui il vestito vale più di chi lo indossa, in cui il colore della pelle vale più della persona, l’appartenenza all’area politica o al clan ha più peso del semplice essere uomo, l’essere tifoso del Napoli o della Juve finisce col superare le quotazioni di essere cittadino italiano, insomma in un clima culturale in cui gli aggettivi valgono più dei sostantivi, è lecito che un vescovo desideri d’avere nel suo presbiterio “preti e basta”?

I nostri presbiteri rischiano di diventare un parlamento in cui, a ventaglio, si passa dal rosso al nero attraversando tutte le possibili sfumature creando problemi di governo di difficile soluzione. Ad esempio Don Luigi che appartiene ai Neri sopporterà come collaboratore Don Nico che è invece dei Bianchi? E sarrà possibile coniugare(nel senso matrimoniale del termine: “sotto lo stesso giogo”, “cum iugum”) Don Bartolomeo che appartiene ai Celestini con la Parrocchia di Sant’Erasmo che è di tradizione Arancione? E che ne sarà del giovane e inesperto Don Claudio, di fede Turchese fin dai tempi del seminario ora che inizia il suo ministero come vice di Don Massimiliano di chiara matrice Rosso Tramonto nella parrocchia di Santa Elisabeta fino a ieri informata di Giallo Paglierino dal ministero di Don Cosimo?

Mi si dirà che esagero e che alla fine è solo questione di attenzione alle persone da parte dei vescovi. E invece il problema che ho presentato con la parodia dei colori non è solo un rompicapo di chi ha l’umile compito di governo di una Diocesi, ma un serio problema di identità presbiteriale. In una parola è come se fosse venuto meno la percezione univoca del ministero presbiteriale dando vita a una serie infinita di possibilità che, partendo da una legittima prospettiva di creatività sta in realtà sfaldando la concezione stessa dell’essere prete al punto che l’aggettivazione non si limita solo a qualificare il sostantivo, ma ne è parte essenziale e costitutiva.

Alla domanda “Chi sei?” non si può più rispondere con il sostantivo “Un prete!” perché l’interlocutore ti subissa con mille domande “si, ma di destra o di sinistra? Conservatore o progressista? Del Concilio Vaticano I o III? Focolarino o Carismatico?Metallaro o Neomelodico? Classico o Casual? Con il collo romano o tarcisiano? Con o senza fascia? Facebook o piccioni viaggiatori?

Un povero Vescovo può chiedere di resettare i colori tornando a essere preti e basta, chiamati da Gesù per la Comunione e la Missione? Può sognare preti senza aggettivi, amanti del mondo e del cielo, costruttori di Chiesa con le ginocchia consumate e le tasche vuote, tessitori di comunione, amici degli uomini e di Dio? Così hanno vissuto i Santi preti di ieri e di oggi offrendosi ogni giorno con Gesù sull’altare, non hanno fatto storie, ma hanno informato la storia, sono apparsi insignificanti agli occhi degli uomini ma oggi risplendono come stelle fisse a indicare la strada in questa notte che sembra non voler finire. Sì, cerco preti così per la Chiesa e per le nostre Chiese campane a volte a corto di speranza. Preti senza aggettivi. Preti e basta.

 I SACERDOTI “CONSACRATI AL CUORE DI MARIA”  – A FATIMA

Benedetto XVI è venuto a Fatima dall’11 al 14 maggio 2010 per affidare i sacerdoti alla Madre – l’anno sacerdotale – “Siamo consapevoli che, senza Gesù, non possiamo fare nulla di buono e che, solo per Lui, con Lui ed in Lui, saremo per il mondo strumenti di salvezza (…) Aiutaci, con la tua potente intercessione, a non venir mai meno a questa sublime vocazione, a non cedere ai nostri egoismi, alle lusinghe del mondo ed alle suggestioni del Maligno. Preservaci con la tua purezza, custodiscici con la tua umiltà e avvolgici col tuo amore materno, che si riflette in tante anime a te consacrate diventate per noi autentiche madri spirituali. (…) La tua presenza faccia rifiorire il deserto delle nostre solitudini e brillare il sole sulle nostre oscurità, faccia tornare la calma dopo la tempesta, affinché ogni uomo veda la salvezza del Signore, che ha il nome e il volto di Gesù, riflesso nei nostri cuori, per sempre uniti al tuo! Così sia!”.

Dalla Rivista “Il Rosario e la Nuova Pompei” Giugno 2010. Un articolo che racconta il nostro oggi anche se anni sono passati.

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